La transizione energetica italiana avanza. Le aste di accumulo assegnano gigawattora, le fabbriche BESS aprono, i cantieri fotovoltaici ed eolici si moltiplicano. Nel 2024, secondo il report GreenItaly di Fondazione Symbola e Unioncamere, il 13,8% dei contratti di lavoro in Italia era legato a ruoli di sostenibilità, coinvolgendo 3,3 milioni di lavoratori, una quota che dieci anni fa non esisteva.
Dentro questa crescita c’è una domanda che vale la pena porre.
La ricerca Traiettorie, promossa dalla Fondazione Maire-ETS con università e organizzazioni internazionali, stima un gap di oltre 800.000 lavoratori nei settori green italiani. Ottocentomila persone che potrebbero mancare in un settore che si espande ogni mese. Il dato diventa ancora più significativo quando si guarda da dove potrebbero arrivare i tecnici che entreranno in queste filiere nei prossimi anni.
Uno dei problemi strutturali segnalati dalla ricerca internazionale, riguarda il disallineamento dei percorsi accademici. Secondo l’IRENA, a livello globale la maggior parte dei corsi di laurea legati al settore energetico è ancora focalizzata sui combustibili fossili, con il rischio di fornire ai laureati competenze insufficienti per le tecnologie rinnovabili e per l’accumulo elettrochimico. Se questa tendenza non venisse corretta, si potrebbe arrivare a una situazione in cui ingegneri e tecnici escono dai percorsi formativi preparati su sistemi che il mercato sta progressivamente superando, e meno attrezzati su quelli che il mercato sta costruendo adesso.
A questo si aggiunge il quadro della formazione continua in azienda. Secondo il eLearning Maturity Report 2025 del Politecnico di Milano, la maturità media della formazione digitale in Italia si ferma a 51 su 100. Il 48% delle aziende resta fermo a corsi obbligatori e piattaforme standard, il 45% opera a livello base, solo il 6% può dirsi avanzato e appena l’1% ha integrato la formazione digitale nella propria strategia aziendale. Un’azienda su cento, nel pieno di una trasformazione industriale che vale miliardi.
Ho descritto in articoli precedenti il flusso produttivo di una fabbrica BESS, dal cell grading all’assemblaggio dei moduli, dall’integrazione del BMS ai gate qualità successivi fino al Factory Acceptance Test. Ogni fase ha una ragione tecnica precisa, ogni misura registrata costruisce la firma elettrica del sistema e certifica la sua affidabilità futura. Quella filiera richiede competenze che si sovrappongono, meccanica, elettronica, automazione, software, sicurezza strumentata. Come ha dichiarato Andrea Moratto di E.ON Italia, oggi potrebbe servire ben più di un tecnico capace di assemblare singoli dispositivi, potrebbero servire professionisti in grado di integrare tecnologie diverse, ottimizzarle e gestirle con software avanzato. Quella figura richiede anni per formarsi.
Il problema non riguarda solo l’Italia. La Commissione Europea stima che circa 800.000 lavoratori dovranno essere formati, aggiornati o riqualificati entro il 2025 per rispondere alla domanda del solo settore batterie. Le offerte di lavoro che richiedono competenze green sono cresciute del 22% in un anno, mentre l’offerta di lavoratori con quelle competenze è cresciuta solo del 12%. Se questa forbice continuasse ad allargarsi, il rischio è che la velocità di espansione degli impianti superi stabilmente la capacità di formare chi li costruisce.
Ho scritto in un articolo precedente del Fondo Nuove Competenze, uno strumento concreto che permette alle aziende di formare il personale durante l’orario di lavoro con un contributo pubblico significativo. È uno strumento valido per aggiornare competenze digitali, gestionali, di processo. Ma un corso FNC difficilmente potrà insegnare come classificare le celle LFP entro le tolleranze richieste, come calibrare un BMS su una stringa da centinaia di volt, come leggere un profilo di formazione elettrochimica e riconoscere un’anomalia. Quella conoscenza si costruisce in anni di lavoro concreto, su impianti reali, con chi sa già farlo. Se in Italia i percorsi formativi tecnici specifici per la filiera delle batterie e dei sistemi di accumulo dovessero restare rari o assenti, il mercato crescerebbe comunque, ma con un rischio silenzioso dentro.
Quando una lacuna formativa incontra una tecnologia ad alta densità energetica, come ad esempio la fabbricazione di celle LiFePO₄ o l’assemblaggio di un sistema BESS, le conseguenze potrebbero smettere di essere solo organizzative. È utile ricordare che stiamo parlando di tecnologie con profili di rischio molto diversi rispetto ai combustibili fossili tradizionali. Un serbatoio di gasolio o una tubazione del gas presentano rischi noti, codificati da decenni di normativa e cultura operativa consolidata.
Una cella al litio ferro fosfato, un modulo, un rack, un container BESS portano con sé fenomeni come il thermal runaway, la propagazione termica tra celle adiacenti, il rilascio di gas tossici in caso di guasto, rischi che chi lavora in produzione deve conoscere profondamente e, che chi acquista il sistema, deve poter escludere grazie alla qualità di ogni singolo passaggio costruttivo. Il rischio riguarda sia chi produce, esposto durante l’assemblaggio e il collaudo, sia chi acquista, che riceve un sistema destinato a operare per anni in ambienti civili o industriali.
Se un sistema assemblato con competenze insufficienti presentasse errori di classificazione delle celle, connessioni fuori tolleranza o un BMS mal configurato, le conseguenze potrebbero non essere solo una prestazione energetica inferiore alle attese. In uno scenario avverso, i costi di retrofit, le responsabilità civili, i danni economici e i rischi per la sicurezza delle persone potrebbero trasformare un contratto in una perdita capace di mettere in ginocchio un’azienda. Le radici di tutto questo potrebbero trovarsi a monte, in competenze formate male o formate troppo in fretta.
Parliamo spesso di gigawattora, di capacità installata, di obiettivi al 2030. Sono misure giuste e necessarie. Se però una parte della filiera dovesse crescere con personale formato in fretta, con procedure scritte mentre la linea già gira, con competenze che rischiano di non reggere la prova del campo, il prodotto che esce porterebbe la stessa etichetta di quello costruito bene, con la differenza che potrebbe emergere dopo, quando il sistema è già uscito dal cancello e a quel punto le conseguenze, tecniche, legali, economiche, ricadrebbero su tutta la filiera.
La transizione energetica italiana ha la tecnologia che serve. La domanda che vale la pena tenersi aperta è, quante persone stiamo formando davvero per costruirla come si deve? L.L.